Maria Teresa Sica

Coronavirus: ma allora, con la scuola, come andrà a finire?

Pochi giorni all’1 settembre, qualcuno in più al 14, ma… ancora nessuna certezza.

Dubbi, intimi interrogativi, profonde briciole di paure sono vissute in questi momenti dagli utenti, ma anche dai dipendenti.

Le persone coinvolte si incontrano, discutono… i pareri, le opinioni, le aspettative… tutto è aperto, molte le divergenze.

C’è chi propende per la riapertura, perché la scuola DEVE essere in presenza, perché la mancanza di contatto rappresenta la negazione del senso della scuola. Sono quelli che affermano che basterà seguire le regole, che chiudere sarebbe esagerato, che la chiusura in fondo la vogliono i docenti, i quali non hanno voglia di lavorare. Che non si può fermare la scuola, perché ciò comporterebbe inconvenienti all’intera organizzazione familiare.

Dunque l’emergenza in luoghi affollati può essere affrontata, ostacolata e superata con poche semplici, banali norme di sicurezza? La socialità può essere messa in atto in presenza delle previste restrizioni e norme di distanziamento? Un docente non può avere i suoi leciti timori, non solo per sé, ma anche per i suoi familiari, visto che inevitabilmente potrebbe fungere da vettore?

Qualcuno risponde che a fronte del timore di un docente c’è l’organizzazione di 20/25 famiglie, e incalza affermando che dunque se ha paura, quel docente, si licenziasse, poiché per occupare quel suo posto c’è la fila. 

Allora non posso fare a meno di pensare che poi è vero che la scuola in fondo, è considerata prima di tutto “intrattenimento” per tante famiglie di lavoratori: dove si “metterebbero” questi figli senza la scuola? 

Ecco, forse la scuola serve prima di tutto a questo?

Poi ci sono genitori che affermano che, finché la situazione non sarà sicura, non faranno frequentare la scuola ai loro figli. Ecco, loro possono decidere di non mandarli nell’agognato luogo di apprendimento utile per l’indispensabile socializzazione, invece il personale no, il personale ci DEVE andare, anche se i presenti, a causa della lecita paura dei genitori, saranno decimati. 

Bene! E con le lezioni come si fa? I figli degli “spaventati” vengono seguiti a distanza e gli altri in presenza? O i primi accumulano arretrati?

Tutto perché la scuola non si può fermare, nonostante tutto, perché “i docenti che non hanno voglia di lavorare” la devono smettere, e il rapporto in presenza è indispensabile.

Certo, il rapporto senza scambi, senza abbracci, senza baci, senza merendine condivise, senza condivisione di oggetti e materiale di facile consumo, senza i lavori a coppia o di gruppo, senza il peer-to -peer…  si dimentica che la scuola dovrebbe anche insegnare la condivisione, la solidarietà, la collaborazione tra pari. Allora, senza tutto questo, non sarebbe meglio continuare a distanza finché i tempi non saranno più tranquilli e la percentuale di rischio si abbasserà? Non è lecito pensare che, ad oggi, la scuola in presenza è un azzardo? Si pensa allo spostamento di massa, tra utenti e dipendenti, molti dei quali ricorreranno ai mezzi pubblici? Davvero un bambino respinto nell’atto di un abbraccio non  resterà ferito? Davvero chi pensa che basterà seguire le norme imposte si sente a posto con la coscienza?

Mts©

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